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Sensi di colpa – Cronaca di un fallimento

  • netrising
  • 30 Aprile 2019

Senza addentrarmi nel significato di “Morale” con l’emme maiuscola e senza cercare interpretazioni filosofiche e psicologiche del concetto di morale, basti al lettore il tentativo fatto per spiegare il significato proprio dell’espressione “senso di colpa”, per poterla poi riferire al mondo delle diete.

Come nutrizionista, infatti, sento molto spesso usare l’espressione “senso di colpa” dai pazienti che sono in seno ad un programma di miglioramento del loro peso corporeo.

Il senso di colpa è da loro riferito alla “trasgressione” di una regola alimentare suggerita dal professionista o da loro stessi.

Pertanto potremmo dire che la “Morale” di un soggetto a dieta è l’insieme delle regole cui deve (o dovrebbe) sottoporsi per raggiungere l’obiettivo e cioè dimagrire.

Ogni qual volta anche una sola regola non è rispettata, il soggetto sente un sentimento di colpa cioè vive la sensazione di essere nell’errore con ripercussioni sul suo stato d’animo, la sua autostima, l’umore… fino anche a inficiare il rapporto col terapeuta e mettere a repentaglio il successo del progetto migliorativo intrapreso.

Sembra assurdo che il mancato rispetto di una regola alimentare possa creare un tale scompiglio emotivo nel soggetto da indurlo a interrompere la dieta e abbandonare il suo programma alimentare… ma capita!

E capita tanto più quanto intransigente, severo, e rigido è il soggetto nei confronti della dieta.

Al di là del proprio carattere e del personale “senso di dovere”, un atteggiamento esagerato e spigoloso nei confronti delle regole dietetiche può anche essere indotto da terapeuti poco preparati sull’aspetto emotivo e psicologo che un cambiamento ponderale determina.

La vecchia scuola di dietologia risalente a parecchie decine di anni fa considerava il soggetto obeso un paziente privo di forza di volontà e di carattere, pigro, poco volitivo e assai permissivo con se stesso tanto da meritarsi la mole che gli affatica il corpo.

Pertanto solo con un atteggiamento rigido, intransigente e per nulla indulgente pensava di poter “guarire” l’obeso dal suo carattere debole e goloso.

Fortunatamente esistono dietologi e nutrizionisti della nuova generazione, più preparati e sufficientemente sensibili da non considerare il paziente con peso in eccesso, tanto o poco che sia, “colpevole” del suo problema per il quale non merita assolutamente una terapia punitiva e restrittiva. Anzi!

Restringendo la dieta e punendo verbalmente e moralmente il paziente che non riesce a rispettare le regole alimentari suggerite, si induce in lui non solo i sensi di colpa, che lo fanno soffrire e gli appiattiscono l’autostima e la determinazione a fare qualcosa per guarire, ma lo inducono anche al pericoloso atteggiamento “tutto o nulla” che poggia sul fantomatico pensiero disfunzionale “tanto ormai”.

Ho trasgredito alla dieta con un biscotto….posso allora mangiarne l’intera scatola perché tanto ormai…

Ho iniziato la giornata con uno sgarro… allora mangio ciò che voglio fino a stasera perché tanto oramai…

Il pensiero “tutto o nulla” – e il conseguente comportamento alimentare che ne deriva – è molto spesso radicato nella mente delle persone che imparano presto a dividere la loro vita in “periodi a dieta” – in cui si sforzano di essere precisi, perfetti, indenni da qualunque alimento “peccaminoso e goloso” – e “periodi di non dieta” in cui il soggetto non si sente obbligato a seguire le indicazioni alimentari corrette per migliorare il peso corporeo e pertanto si concede qualunque tipo di alimento in qualunque quantità rassicurandosi che “Da lunedì…” o “Da dopo le ferie…” o “Da dopo Natale…” ricomincerà una  nuova dieta, alimentando il circolo vizioso in cui vive.

Personalmente penso che i sensi di colpa non abbiano alcuna utilità in seno ad un percorso di miglioramento del peso!

E’ vero si che esistono regole alimentari e comportamentali il cui rispetto favorisce la perdita di peso e il recupero di un ottimo stato di salute e di benessere ma ciò non significa che è necessario sottoporsi a una “castità alimentare” e a penitenze restrittive ai limiti della sofferenza, “quasi fosse un pegno per perdere peso”! Anzi!

L’eccessivo rigore e l’eccessiva restrizione con proibizioni e moralismi esasperati inducono solo una fortissima vulnerabilità, sia fisica sia mentale, con inevitabile allontanamento dalla regola suggerita.

Un corretto e mantenibile percorso migliorativo – alimentare e ponderale – deve prevedere momenti in cui concedere al proprio corpo e alla propria mente qualche alimento goloso per ridimensionare l’emotività di essere e sentirsi in seno ad un progetto che – pur voluto – è limitativo rispetto alla società che induce spessissimo a consumare cibo in tantissime circostanze!

Tutti gli alimenti, più o meno golosi e calorici devono far parte di un adeguato e soprattutto mantenibile metodo alimentare che prevede anche quegli alimenti che non devono essere presenti quotidianamente ma solo eccezionalmente; così facendo è possibile stare in seno al progetto in modo indefinito senza eccessive limitazioni e senza quel senso di sacrificio che porta, prima o poi, ad abbandonare il percorso migliorativo a causa dei sensi di colpa!

Quanto detto assume rilevanza e toni esasperati in seno ad un disturbo del comportamento alimentare dove la ricerca di perfezione e il castigo alimentare sono alla base del disagio stesso.

Il rispetto assoluto della restrizione, fino ai limiti delle proprie forze, rende il soggetto malato di anoressia capace di negarsi anche gli alimenti indispensabili alla vita, sostenendo un meccanismo patologico grave e pericoloso; l’incapacità di rispettare invece le regole alimentari auto-imposte o suggerite da altri rende il soggetto con bulimia o bunge eating disorder esageratamente vulnerabile e sofferente, vittima di un circolo vizioso patologico e doloroso sostenuto da sensi di colpa di difficilissima sopportazione.

I sensi di colpa sono inadeguati, inutili e motivo di sofferenza gratuita.

Chi li vive sulla propria pelle dovrebbe a mio avviso, fare un percorso adeguato psico- nutrizionale, volto alla presa di coscienza dei propri comportamenti alimentari partendo dai pensieri molto spesso (quasi sempre) disfunzionali, indotti da professionisti non preparati o generati autonomamente a partire da considerazioni dietologiche obsolete e scorrette.

Dott.ssa Stefania Zamuner

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